Moltissimi internauti investono un sacco di energie per esprimere le loro opinioni riguardo a qualsiasi contenuto gli passi sotto il naso e la stessa cosa è accaduta proprio in una delle pagine dedicate all’aforisma di San Francesco. Se si va a leggere i commenti, si scopre che alcune persone stigmatizzano il santo perché fa un’indegna classifica dei lavoratori, che altre obiettano che non si sta parlando di lavoro in senso stretto, altre lo esaltano, certe lo denigrano, alcune rispondono a casaccio, altre rigurgitano odio collegando la citazione alle ingiustizie del mondo, alcune se la prendono con il cristianesimo, altre lo difendono, e così nasce un dibattito sterile e surreale, un botta e risposta di brevi monologhi dove ognuno espone la propria idea sempre e solo per avere ragione. La parte interessante è che probabilmente l’aforisma non è di San Francesco e, se ciò fosse dimostrato, chissà cosa cambierebbe nella testa di alcuni. Tutto ciò dimostra che un giudizio cambia di valore o assume una valenza diversa non in base al contenuto giudicato ma a seconda del vestito che gli viene cucito addosso. Dimostra anche che, se agli internauti viene messo a disposizione un breve spazio bianco dove poter dire la loro, una buona parte di loro si lancia in sperticate lusinghe nei confronti di quelli che la pensano allo stesso modo, oppure litigano verbalmente, talvolta con tagliente ferocia, con degli sconosciuti che si presentano con fantasiosi nickname. E si torna al punto di partenza: il World Wide Web sta diventando una specie di nuovo Far West, un territorio quasi senza regole dove ognuno è libero di fare quello che vuole, dove si possono condividere moine, coccole, complimenti per riempire bisogni infantili mai soddisfatti o sfogare frustrazioni personali accusando, insultando e maltrattando il prossimo senza preoccuparsi delle conseguenze. Internet sta diventando un luogo di incontro/scontro dove per stare “assieme” si usa qualsiasi cosa, vera o falsa non è importante, basta condividerla. Sta proprio qui il mio problema nel presentare la mia proposta artistica: io faccio fatica a frequentare ambienti dove c’è poca trasparenza, dove c’è tanta rabbia o dove la Bellezza fatica a emergere. Me ne devo allontanare, o comunque, in qualche modo, devo tenere lontano quel Sistema da me.
In poche parole: io voglio tornate indietro.
Non reggo più il mondo virtuale basato sul nulla e sul conflitto, esattamente come non soffro più quello reale, specchio fedele di quanto accade in rete. Il mio desiderio è andare incontro alla Bellezza, e per farlo bisogna innanzitutto essere coerenti e avere il coraggio di scartare il brutto, il falso e tutto ciò che di questo corpo egro che chiamiamo società appare corrotto. Una delle frasi che più mi affascinano è la seguente: “E’ una follia, io ho bisogno di andarmene, di scappare, di isolarmi da un simile delirio” . La sento ripetere da tante persone, la leggo nelle loro bacheche, la sento dibattuta in tv, alla radio, in strada, ovunque: non c’è individuo che non sia consapevole della malattia e della necessità della cura. Eppure la maggior parte di noi è così folle (e codarda) da continuare a condannare la situazione in ogni occasione ma non andarsene dal luogo malsano dove vive. La separazione, è ovvio, potrebbe essere dolorosa: significherebbe allontanarsi da molte persone care, ma è necessario fare spazio per intraprendere certi viaggi.
Ecco il punto: io ho bisogno di tornare indietro, sto male se non lo faccio.
L’esperimento è questo: io posso anche arrivare in libreria tramite un editore, posso anche leggere ciò che gli esegeti scriveranno su di me, posso anche andare alle presentazioni dei miei libri, ma a quel risultato - pubblicare - devo arrivare a modo mio, per stare bene prima di tutto con me stesso. Ecco perché ho costruito la mia piccola agorà (reale e virtuale al contempo) dove sei appena entrato. Qui posso fare selezione, verificare, approfondire, conoscere la persona che vorrà ricevere una mia opera artistica. Sta qui la diversità, la novità, il tentativo di trovare una nuova Bellezza. Non si tratta di discriminazione ma di sopravvivenza. Si tratta di essere coerenti con quello che più si desidera nella vita: la felicità. Quindi, mentre il mondo intero viaggia spedito verso un futuro che lui stesso - globalmente - si costruisce, io mi fermo e ricomincio da zero. Ricomincio da me e dalle relazioni vere, tangibili, lente, verificabili, semplici, umane. Io voglio partire da un rapporto singolo e sincero con l’altro, voglio crearmi il mio recinto di relazioni appaganti, dove l’incontro comincia con un sorriso, dove ci si informa, si chiede, si risponde, si ascolta, si ringrazia e ci si “inchina” per la Bellezza condivisa. L’incontro poi può concludersi con uno scambio commerciale nel quale viene versato un giusto e sacrosanto corrispettivo per un servizio artistico, ma c’è modo e modo per arrivare all’incontro economico. Non so come vada tradotta questa esigenza, qualcuno dirà che è una specie di baratto mentale, altri ancora la esalteranno come una coerenza e una forma etica di scambio, altri diranno che è proprio l’opposto, una furbata delle più meschine, e che la vera generosità è un’altra cosa. Tutto vero, come sarebbe vero tutto il contrario, perché perfino le parole “etica e coerenza” possono essere strumentalizzate, svendute, abusate e stuprate. Così non se ne esce più: la retorica è la tomba della Bellezza. Per questo preferisco non spendere altro tempo sull’argomento, considerato anche che alla fine esisteranno sempre due verità: la mia – secondo la quale ho creato tutto questo - e la tua, cioè il tuo “sentire” a questo punto della spiegazione. Se le due verità combaceranno, allora… l’Esperimento è riuscito.